AdWords solo chiamata

Campagne solo chiamata AdWords: pro e contro per imprese locali

giovedì, 30 aprile, 2015

Le campagne solo chiamata di Google AdWords, introdotte a fine febbraio e giunte in Italia a inizio marzo, consentono di realizzare annunci composti solo da un numero di telefono, una descrizione dell’attività e un pulsante di chiamata. Si tratta, ovviamente, di campagne destinate ai dispositivi mobile, dal momento che il click sull’annuncio fa partire una telefonata.

Per realizzare una campagna solo chiamata è necessario scegliere come tipologia solo rete di ricerca. Successivamente verrà richiesto di impostare solo chiamata. Per continuare basterà scegliere l’area geografica di destinazione, impostare un’offerta predefinita e decidere quando far partire la campagna. In alternativa al numero di telefono dell’azienda è possibile inserire un numero di inoltro di Google. La struttura dei gruppi di annuncio e le parole chiave dovranno essere impostate nella stessa maniera in cui vengono impostate per le campagne per la rete di ricerca, tenendo però a mente che saranno destinate solo a dispositivi mobile.

Questa tipologia di campagna può portare dei benefici alle imprese locali che intendono promuovere la loro attività online e cercano strumenti in grado di garantire un buon ritorno sull’investimento. Come riportato su Search Engine Journal esistono dei vantaggi nell’utilizzare queste campagne, ma non mancano anche gli svantaggi. Vediamoli di seguito.

Vantaggi

Gli annunci impostati con una campagna solo chiamata solo il modo più veloce di ottenere una telefonata, in quanto riducono la quantità di clic e di tempo necessari per raggiungere la conversione.

Rispetto a una landing page, il vantaggio è sicuramente l’interazione immediata. È possibile ovviare al problema inserendo nella landing page una chat, ma il risultato non sarà comunque lo stesso.

Svantaggi

Il principale svantaggio è che il potenziale cliente non visita il sito web. Un altro problema potrebbe derivare dalla scarsa descrizione dell’annuncio che porta a una chiamata da un potenziale cliente che in realtà non ha compreso ciò che offre la campagna.

Diverse aziende continuano a preferire l’estensione di chiamata che mostra il numero di telefono ma è collegata a un annuncio che rimanda in ogni caso a una pagina web.

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seo microdati microformati

L’utilità di microformati e microdati per la SEO

giovedì, 30 aprile, 2015

È capitato a tutti di vedere in SERP dei risultati che presentano delle informazioni aggiuntive, si chiamano rich snippet e la loro apparizione dipende dall’implementazione nel codice delle pagine web dei markup per i dati strutturati. Esistono per le recensioni, per le ricette, i prezzi e le disponibilità dei prodotti… Ma qual è lo scopo del loro utilizzo?

I risultati con rich snippet hanno, innanzitutto, un maggiore appeal per l’occhio dell’utente. Li vede prima, li nota, perché si distinguono dalla massa, motivo per cui è possibile che influenzino il miglioramento del CTR. A livello SEO, però, l’utilizzo dei dati strutturati ha anche altri scopi, che riguardano la relazione tra sito, visibilità e motore di ricerca. Quelle informazioni aggiuntive presenti nel codice (che non sempre prendono forma attraverso un rich snippet in SERP) servono a Google e agli altri motori per inquadrare in maniera più definita il tema della pagina, hanno quindi una valenza semantica molto forte. La principale fonte di riferimento per i dati strutturati è schema.org, un progetto nato il 2 giugno 2011 da da Bing, Google e Yahoo! a cui si è aggiunto successivamente Yandex., in cui vengono raccolti i microformati riconosciuti dai principali motori di ricerca.

Contatti SEO Roma

I dati strutturati, ancora oggi, non sono un fattore di ranking, ma questo non significa che no n abbiano un’influenza sul posizionamento del sito web. Anche il solo fatto di rendere più evidente il tema trattato nella pagina, in un’ottica dei web semantico, è senz’altro un buon motivo per utilizzarli.

La presenza dei dati strutturati può essere verificata attraverso diversi strumenti messi a disposizione dai motori di ricerca:

Come implementare i dati strutturati in un sito

Per prima cosa occorre scegliere il tipo di dato strutturato, quelli accettati sono microdata, microformati e RDFa. La differenza più evidente tra i tre è nella sintassi che occorre utilizzare per l’implementazione, ecco tre esempi:

Microdata

<div itemscope itemtype="http://schema.org/LocalBusiness">
<span itemprop="name">PMI Servizi</span>
<div itemprop="address" itemscope itemtype="http://schema.org/PostalAddress">
<span itemprop="streetAddress">Corso Matteotti 133</span>
<span itemprop="addressLocality">Albano Laziale</span>,
<span itemprop="addressRegion">Italia</span>
<span itemprop="postalCode">00041</span>
</div>
Phone: <span itemprop="telephone">069321692</span>
</div>

Microformati

<div class="vcard"><div class="fn org">PMI Servizi</div><div class="adr"><div class="street-address">Corso Matteotti 133</div><div><span class="locality">Albano Laziale</span>, <span class="region">RM</span> <span class="postal-code">00041</span></div></div><div>Phone: <span class="tel">069321692</span></div></div>

RDFa

@prefix rdfa: <http://www.w3.org/ns/rdfa#> .
@prefix schema: <http://schema.org/> .
@prefix rdf: <http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#> .
<http://rdfa.info/play/>
rdfa:usesVocabulary schema: .
<http://www.pmiservizi.it>
rdf:type schema:LocalBusiness;
schema:name "PMI Servizi";
schema:address <http://rdfa.info/play/#bbg-address>;
schema:telephone "+39069321692" .
<http://rdfa.info/play/#bbg-address>
rdf:type schema:PostalAddress;
schema:streetAddress "Corso Matteotti 133";
schema:addressLocality "Albano Laziale";
schema:addressRegion "RM" .

Microformati e microdati sono i più semplici da utilizzare e Google consiglia di impiegare i microdati.

Per creare i codici da implementare esistono diversi tool online (i più difficili da individuare sono quelli per l’RDFa – fare riferimento a questo sito), se si utilizzano CMS ci sono plugin ed estensioni che consentono un inserimento facilitato e infine in Google Webmaster Tools è possibile utilizzare lo strumento Evidenziatore di dati (Aspetto nella ricerca > Evidenziatore di dati). Con gli strumenti elencati nel paragrafo precedente e poi possibile testare la corretta implementazione.

Microdati nei risultati di ricerca

Una volta implementati microdati/microformati/RDFa questi possono apparire nei risultati di ricerca come rich snippet (letteralmente frammenti ricchi, ovvero risultati arricchiti di informazioni). I principali sono (qui la guida di Google):

  • Prodotto: informazioni sul prodotto, il prezzo, la disponibilità e il voto dato dagli utenti.
  • Ricette: foto, recensioni, tempo di preparazione, numero di persone, numero di calorie…
  • Recensioni: recensioni di film , ristoranti, negozi…
  • Eventi: concerti musicali, festival… per i quali è possibile mostrare data, costo, location, — An organized event, such as musical concerts or art festivals, that people may attend at a particular time and place.
  • Applicazioni: mobile o web di cui mostrare url per il download, recensioni, prezzo e immagine in evidenza.
  • Video: è possibile inserire informazioni come descrizione, immagine di anteprima, URL, duarata, data di pubblicazione.

È importante ricordare che la visualizzazione dei rich snippet non è una costante, Google può decidere di farli visualizzare poiché sono di effettiva utilità rispetto alla query digitata dall’utente. Essendo un argomento che si evolve continuamente, in funzione dei cambiamenti degli algoritmi, ma anche delle necessità dell’utente, è probabile che nel tempo aumenterà il numero di rich snippet non solo visualizzabili, ma anche visualizzati.

Esempi di rich snippet

Esempi di rich snippet

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Struttura degli URL

La struttura degli URL, consigli utili per la SEO

mercoledì, 29 aprile, 2015

La struttura degli URL non è da sottovalutare in ottica SEO. Seguire alcune accortezze quando si costruisce un URL deve essere la norma, non una casualità. L’importanza degli URL non è data solo dal fatto che rappresentano il biglietto da visita di un sito web, ma anche dall’incidenza che possono avere sul posizionamento di un sito sul motore di ricerca.

Search Engine Journal ha individuato alcuni consigli su come strutturare gli URL per aiutare a incrementare il traffico verso un sito web.

Caratteri estranei

Il primo consiglio consiste nel prestare attenzione alla presenza di caratteri estranei all’interno degli URL. Caratteri come & o % o @ potrebbero penalizzare il sito perché il motore di ricerca non è in grado di scansionarlo se gli URL contengono un numero eccessivo di questi caratteri.

Lunghezza

Per quanto riguarda la lunghezza degli URL, Search Engine Journal ha preso come esempio quelli strutturati in alcune pagine di Google ed è emerso che:

  • su Gmail gli URL hanno una lunghezza media di 59 caratteri
  • su Webmaster Tools di 90 caratteri
  • sul blog di Google di 76 caratteri

Da un’indagine sui primi 100 risultati per mille parole chiave è venuto fuori che:

  • gli URL nei primi 10 risultati contengono 37 caratteri
  • gli URl nei primi 20 risultati ne contengono in media 35
  • gli URL nei primi 30 ne contengono in media 39

Sulla base di questi dati, si può affermare che gli URL che contengono da 35 a 40 caratteri tendono a dominare i risultati di ricerca.

Parole chiave

Le parole chiave sono fondamentali per il posizionamento di un sito web, ma è bene ricordare che gli URL non devono contenerne in maniera eccessiva per evitare che si ottenga il risultato contrario, ossia la penalizzazione.

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come scegliere font

Tutto quello che bisogna considerare per scegliere il font giusto

martedì, 28 aprile, 2015

Uno dei compito più complessi che deve affrontare chi si occupa di design, per il web o per la stampa, è la scelta del font. Se per la stampa i testi sono generalmente in nero su sfondo bianco, poiché è questa la formula che li rende più leggibili, sul web spesso si utilizza il grigio scuro, sempre su campo bianco, perché è più elegante e bello, rimanendo leggibile. Il fatto è che non esistono regole precise, molto è negli occhi di chi guarda, specie in quelli del designer. Per le scelte tipografiche su web altro problema è dato dalle differenze che si possono riscontrare tra la visualizzazione desktop e quella mobile. Insomma tante variabili a cui pensare mentre si sta facendo una scelta che è apparentemente solo estetica. In realtà il font è una delle tante espressioni che si possono fornire del proprio marchio.

realizzazione siti mobile

Dimensioni del testo e lunghezza della riga

Anche avendo una vista perfetta è difficile seguire un testo scritto piccolo, con le righe troppo vicine tra loro o composte da troppi caratteri che obbligano l’occhio a fare movimenti poco naturali, il problema si accentua per chi ha difetti più o meno gravi alla vista. La regola generale è che la dimensione del font dovrebbe essere minimo di 16pt e che ogni riga dovrebbe contenere circa 50-75 caratteri.

A maggior ragione se si parla di versione mobile, dove un carattere piccolo unito a uno schermo retroilluminato possono far stancare la vista. Da mobile le righe dovrebbe contenere non più di 40 caratteri e il layout, ma questo è ovvio, dovrebbe essere responsive e non riproporsi come da desktop (obbligando l’utente allo zoom).

Per definire la misura del font è consigliabile utilizzare come unità di misura la percentuale o gli em. Entrambe sono misure scalabili, strettamente legate alla misura base che è stata indicata nel sito. Se ad esempio la misura base è 16pt, questi corrisponderanno a 1em o al 100%, in proporzione potrò variare la misura del font in funzione di accessibilità e mobile.

Colore del testo

La scelta del colore del testo dà adito a numerosi dibattiti. C’è chi dice che nero su bianco sia l’ideale, chi preferisce il grigio per evitare un eccessivo contrasto che può affaticare la vista. Inoltre molto dipende dal device da cui gli utenti guardano il sito, da uno smartphone basta che ci sia poco contrasto o che ci si trovi in un ambiente molto luminoso, per non riuscire più a leggere un testo grigio su bianco.

WC3’s Web Content Accessibility Guidelines forniscono delle informazioni sul contrasto che deve mantenere un testo affinché possa essere letto anche da ipovedenti. Qui c’è un tool con cui testare il contrasto testo-sfondo, che fornisce anche un punteggio diversificato in funzione della dimensione del font. In alternativa al grigio e al nero assoluto, si possono usare nelle sfumature di nero (nero reale come #0D0D0D, #0F0F0F o #141414 e non puro #000000) che garantiscono un buon risultato in termini di leggibilità e contrasto.

Il colore ha anche una valenza psicologica (Come i colori parlano del tuo brand) ma è un discorso che vale in particolare per frasi brevi (come call to action o titoli) più che per testi lunghi, per i quali bisogna dare più ampio spazio alla leggibilità e alla comprensione, piuttosto che alla valenza psicologica.

Serif vs Sans-Serif

Non esistono evidenze scientifiche che provano che uno sia migliore dell’altro. La velocità di lettura e le capacità di comprensione rimangono pressoché invariate tra un tipo e l’altro. Il problema principale dei font serif sta nel fatto che le linee che li contraddistinguono possono non essere visualizzate bene su schermi a bassa risoluzione e possono creare confusione in chi è affetto da disabilità visiva o da dislessia. Questo non significa che i font serif debbano essere aboliti dal web, l’importante è che venga scelto un web font netto e preciso e che si facciano dei test per verificarne la leggibilità.

Font e brand image

La scelta del font influisce sull’immagine del brand e sulla prima impressione che il marchio fa quando un utente/cliente entra in contatto con la vostra realtà. Se volete essere moderni e minimalisti dovrete scegliere un font che rispecchi questa realtà, se il vostro marchio vuole riproporre la tradizione, il passato e avere un’aria vintage dovrete scegliere un altro tipo di font. Sembra assurdo ma ogni font racconta una storia, dietro ai caratteri e alla forma che assumono c’è già un racconto e per questa ragione è importante che fra la realtà e l’immaginario ci sia coerenza.

Fonte: UserTesting

 

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google mobilemadness

#MobileMadness, da Google una guida completa sul Mobile

martedì, 28 aprile, 2015

In un’unica pagina, video, domande e risposte, sondaggi, consigli e presentazioni tutto rigorosamente dedicato al mobile, a come rendere il proprio sito web correttamente visualizzabile da mobile. Qui  su Google Webmaster Central Blog trovate tutto questo, tutto insieme, un riassunto di quanto è stato prodotto da Google per il c.d. #MobileMadness del 21 aprile.

Massimizzare la strategia online e le prestazioni online
La presentazione video offre indicazioni su:

  • La scelta del giusto canale online
  • Webmaster Tools
  • La SEO come una strategia a lungo termine

Nozioni di base per un sito web mobile per le piccole e medie imprese

  • Imparare a utilizzare gli strumenti : PageSpeed Insights , mobile – friendly test e Mobile Usability
  • Considerare Viewports, zoom and plugins
  • Porre l’attenzione su l’utente: Tap targets, margini e dimensioni dei caratteri
  • Impostare Redirect e canonical

Domande e Risposte
Le domande e le relative risposte che sono state fornite direttamente dal team Google in merito ai più disparati temi legati al mobile.

I risultati dei sondaggi
I risultati dei 3 sondaggi ai quali hanno partecipato migliaia di persone:

  • Quale dispositivo stai utilizzando mentre leggi questo articolo?
    • Mobile phone: 44%
    • Desktop/laptop: 47%
  • Cosa ti infastidisce quando navighi sul web da mobile?
    • Waiting for slow pages to load 46%
  • Qual’è la parte più complicate nell’avere un sito mobile?
    • It’a actually not hard! 53%

Suggerimenti e guide
Suggerimenti specifici per facilitare la vita ai webmaster, come i tutorial per molti CMS e la guida per avere subito chiari in mente il 5 passaggi fondamentali.

Divisione SEO di PMI Servizi – SEO.Roma.it

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Indagine comScore

Quanto rendono le campagne online, dati in un’indagine comScore

lunedì, 27 aprile, 2015

Nell’ultimo anno, in diverse zone del mondo, la maggior parte degli annunci pubblicitari realizzati nella rete display non hanno avuto la possibilità di essere visti dai consumatori. La zona dell’Asia e del Pacifico ha raggiunto il 50% in termini di visibilità, mentre Europa e Nord America solo 42% e 46%. Sono questi i dati che giungono da un’indagine comScore, realizzata con l’obiettivo di analizzare il rendimento delle campagne pubblicitarie su scala mondiale, in 43 mercati.

Per quanto riguarda il raggiungimento dell’obiettivo target, in Europa la percentuale arriva al 44%, mentre nella zona dell’Asia e del Pacifico si ferma al 39%. Ad ogni modo, in nessuna zona del mondo si supera il 50%.

Secondo comScore, il problema relativo al target è da rintracciare nella composizione del target stesso. Le variabili più utilizzate nelle campagne online, come l’età, il sesso o i dati demografici, rendono difficile il raggiungimento dei potenziali consumatori. È importante notare che le impression realizzate al di fuori del target possono comunque fornire un valore alla campagna, raggiungendo e influenzando altri consumatori. Quindi, non tutte le impression che non raggiungono il target devono essere considerate sprecate.

Guardando più da vicino al mercato europeo, se si considera il raggiungimento del target le percentuali variano dal 52% in Germania al 35% in Francia, mentre per quanto riguarda le visualizzazioni le percentuali arrivano al 47% in Germania e al 38% in Italia e Regno Unito. Questo significa che in tutti e cinque i mercati europei più della metà delle impression non hanno la possibilità di avere un impatto sul consumatore.

È interessante notare, infine, che Regno Unito e Francia sono tra i mercati più avanzati in Europa ma hanno generato i tassi più bassi, dimostrando quanto trasparenza e fiducia siano necessari.

Per approfondire: studio comScore.

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content strategy

Strumenti e utilità per le strategie SEO content nel B2B e B2C

lunedì, 27 aprile, 2015

Il web pullula di strumenti online utili alla SEO, molti tools gratuiti e ben fatti e molti altri potenzialmente “esplosivi” se nella mani di chi non sa interpretare i dati forniti. Il vero problema qui è decidere quale scegliere, al netto di quelli imprescindibili (per dirne solo uno, Webmaster Tools).
Noi abbiamo la nostra nutrita lista, semplicemente in Excel, ma spesso dobbiamo aggiornarla e l’aggiornamento delle proprie fonti – credeteci – è importante tanto quanto il reperimento di esse.

Detto questo, oggi vi segnaliamo un articolo di Mike Murray, pubblicato a questa pagina web su Content Marketing Institute, e intitolato 68 SEO Content Tools, Trends, and Tips for B2B and B2C Brands.
Quel che troverete scritto, subito nelle primissime righe, è quanto anche noi sottoscriviamo assolutamente e che più volte abbiamo ripetuto: You won’t find a do-everything-for-me software product...
Frase che potremmo tradurre, in modo certamente non letterale, in: l’esperienza di un professionista non può essere sostituita da un software. Certo, alcuni automatismi possono indubbiamente aiutarci.
L’articolo in questione raccoglie una serie di link ad altri articoli con altrettante fonti, alcune più conosciute di altre; inoltre ci sono rimandi a contenuti per approfondire gli argomenti trattati. Insomma dovrete dedicarci un po’ di tempo.

Articoli correlati

Qui di seguito elenchiamo gli articoli più recenti pubblicati su news.pmiservizi.it dedicati alla tematica “content marketing”:

marketing-pmiservizi-servizi

errori wordpress

10 errori stupidi ma comuni nei siti in WordPress – Infografica

venerdì, 24 aprile, 2015

WordPress è il CMS più utilizzato al mondo, specie per ciò che riguarda la creazione di blog. Dalle ultime statistiche risalenti ai primi mesi del 2015 74.6 milioni di siti sono stati realizzati con WordPress, il 52% del Top100 Blog di Technorati sono realizzati con WordPress,  i Top3 siti realizzati con WordPress e appartenenti alla classifica Top100 sono Mashable, TechCrunch e Mediaite. Numeri di tutto rispetto per una piattaforma che offre semplicità e versatilità, adattabile a diverse tipologie di sito (dal corporate all’ecommerce) e utilizzabile anche da chi non conosce linguaggi di programmazione. Sono disponibili milioni di plugin per ottenere un ampio numero di funzionalità, esistono guide, blog e canali YouTube per seguire corsi e webinar e apprendere l’utilizzo della piattafirma. Nonostante tutto ciò è facile riscontrare alcuni errori diffusi, comuni e stupidi nell’impostazione di WordPress. Stupidi perché semplici da evitare, ma al contempo pericolosi poiché mettono in pericolo la sicurezza della piattaforma, aprendo il sito/blog ad attacchi di malware. Woorockets ha pubblicato un’infografica che li elenca.

promozione siti web

#1 – Username Admin

L’username Admin è quello di default, lo sanno tutti, è perciò come chiudere a chiave la porta di casa e poi lasciare le chiavi attaccate alla serratura. Troppo facile far entrare i ladri. Hackerare un sito che ha questo username attivo e magari con proprietà di Amministratore è forse un gioco talmente semplice che un hacker si annoierebbe anche a farlo.

La cosa da fare è creare username diversi e cui assegnare password complesse, create con gli appositi generatori e composte da caratteri speciali, numeri e lettere maiuscole e minuscole.

#2 – Prefisso wp per le tabelle

Di default il prefisso per le tabelle del databse è wp_ e questa è un’altra cosa che rende troppo facile la vita agli hacker. È molto semplice modificare il prefisso, basta fare attenzione quando si installa WordPress a leggere tutte le richieste, quando si arriva alla schermata che riguarda il database fra le varie cose si può anche cambiare il prefisso della tabella. È possibile modificarlo anche in seguito, anche se il sito è già online, ma il procedimento è più complesso e se eseguito male potrebbe mandare all’aria il sito dato che si va a operare all’interno di PhpMyAdmin e bisogna procedere a mano. Ovviamente si trovano anche dei plugin per modificare il prefisso in automatico (cercare nel repository “table prefix”), prima di utilizzarne uno controllare attentamente le recensioni e la compatibilità con la versione di WordPress. E mai, ripeto MAI, toccare il database senza aver prima fatto un backup completo.

#3 – Non fare il backup

Direttamente connesso a quanto detto poco fa, non fare il backup del sito e del database è molto stupido e molto pericoloso. Va fatto necessariamente prima di apportare modifiche, prima di aggiornare WordPress, prima di toccare il database. Non solo per il file di sistema, ma anche per i css, in maniera che ogni eventuale errore possa essere corretto ripristinando il file originale. Questo problema può essere superato tramite l’impiego dei child themes, ma anche in questo caso non siamo esonerati da backup frequenti (alcuni hosting offrono il servizio direttamente nel pacchetto). Il modo più semplice per fare il backup del sito è copiare tutte le cartelle e i file sul proprio PC (e poi su Hard disk esterno e CD/DVD, tre copie in totale). Per il database è sufficiente usare la funzione Esporta di phpMyAdmin. Qui tutte le informazioni in italiano.

#4 – Troppe categorie, pochi tag

Questo problema non riguarda la struttura di WordPress in sé per sé, non crea problemi di sicurezza. Il problema è più che altro a livello SEO, ma anche di navigabilità e comprensibilità del blog. Le categorie contengono degli articoli che trattano la tematica sotto diversi punti di vista, i tag vanno a specificare quel punto di vista. Sono un’ulteriore informazioni riguardo al tema della categoria, motivo per cui devono esserci più tag che categorie. Con un esempio pratico possiamo dire che se la categoria è Social Media Marketing, potrebbe contenere tag come Facebook, Twitter, LinkedIn, Google+, Pinterest ecc…

#5 – Plugin disattivati

Una tendenza che denota più pigrizia che altro è quella di mantenere i plugin disattivati, senza cancellarli quando sono inutili. Perché lasciarli? A che serve? Fondamentalmente a nulla, ma in molti lo fanno. Si crea una grossa confusione nel backend, un po’ come lasciare la busta della spazzatura sull’uscio di casa per settimane. Ancor peggio è lasciare plugin le cui funzioni si accavallano o plugin le cui funzione sono già incorporate in altri plugin. Un mare di plugin in cui navigare non facilita nessuno.

#6 – Approvare commenti spam

Un’abitudine tanto diffusa quanto incomprensibile. I commenti di spam sono riconoscibili a un occhio anche poco esperto e hanno come unico scopo quello di diffondere link, spesso malevoli. C’è chi crede che anche i commenti spam contribuiscano ad accrescere il valore della pagina a livello SEO. È vero che i commenti sono una buona cosa, ma lo spam è spam e lo sa anche Google. Non solo non vanno approvati, ma è anche il caso di usare i plugin che impediscano che vengano lasciati (vedi Akismet).

#7 – Cambiare le URL a caso

Quando si decide di fare un restyling che include anche la modifica delle URL non si può pensare di mettersi lì, cambiare tutto e non avere in cambio conseguenze a livello di visibilità e posizionamento. Se non si usa un criterio ben preciso, se non si impostano adeguatamente i redirect, se non si ha una 404 che sia strutturata affinché l’utente sia portato a rimanere nel blog in tutti questi casi perderete posizioni. Quindi ok modificare le URL se non sono adeguate e se non sapevate che i permalink si possono cambiare, ma sempre con molta attenzione.

#8 – Non controllare

Si spera sempre che vada tutto bene, che gli sviluppatori di plugin e template quando rilasciano le nuove versioni non sbaglino nulla o che le rilascino in corrispondenza degli aggiornamenti del CMS. Purtroppo non è sempre così, perciò non bisogna limitarsi ad aggiornare. Dopo averlo fatto bisogna controllare il blog da capo a piedi e assicurarsi che non siano comparsi strani errori e strani codici, se così fosse interviene il famoso backup del punto3.

#9 – Mantenere index.php nelle URL

Bruttissimo a vedersi, controproducente per la creazione dei famosi URL parlanti e soprattutto inutile. Index.php è un file fondamentale per il corretto funzionamento di un sito realizzato in WordPress. Grazie al mod_rewrite e a un corretto uso del file htaccess è possibile evitare questo problema. Qui maggiori informazioni.

#10 – Lasciare i file readme

I file readme di WordPress (si trovano nella root) offrono tantissime informazioni, tra queste la più interessante per un hacker è la versione di WordPress in uso. Conoscendola è più semplice bucare il sito e dato che non serve a nulla mantenere questi file è consigliabile cancellarli.

infografica errori stupidi wordpress

Pubblicità su mobile

Pubblicità su mobile: indagine InMobi su ciò che funziona di più

venerdì, 24 aprile, 2015

Il mobile oggi rappresenta il mezzo che meglio di tutti è in grado di raggiungere la mente e il portafoglio degli utenti. Per questo motivo, le aziende, grandi o piccole che siano, stanno investendo sempre più denaro nella pubblicità destinata ai dispositivi mobile con l’obiettivo di catturare e fidelizzare il cliente. Ma quali sono i parametri di riferimento che un’azienda dovrebbe tenere a mente quando realizza una campagna per il mobile? Quali sono i formati di annuncio che funzionano meglio?

Per rispondere a questi interrogativi, InMobi ha condotto l’indagineBrands on Mobile: Advertising Trends” con l’intento di fornire alle aziende le indicazioni per utilizzare al meglio smartphone e tablet come mezzi pubblicitari. Di seguito riportiamo alcuni risultati dell’indagine.

Chi ha speso di più su mobile:

  • il settore dell’intrattenimento, seguito da quello delle telecomunicazioni
  • il settore alimentare, social media e vendita al dettaglio sono stati i mercati verticali che hanno registrato una più rapida crescita

I formati creativi che hanno ottenuto i migliori risultati:

  • video advertising, native advertising e rich media sono i formati pubblicitari che hanno mostrato un aumento in termini di interazione da parte dell’utente
  • il formato native advertising ha registrato il più alto CTR in salute e fitness, finanza, social media, abbigliamento e viaggi

Infine, il maggior coinvolgimento in base alla fascia oraria, al giorno e al contenuto è stata registrato:

  • il venerdì sera e nel fine settimana per i mercati verticali
  • con un picco la mattina, un abbassamento nel pomeriggio e di nuovo un picco in serata

Gli utenti interagiscono con gli annunci su mobile di più quando stanno utilizzando un’app per i giochi, sono sui social media o il contenuto è relativo a cibo o intrattenimento.

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social media

Il valore dei Social Media per le case farmaceutiche

venerdì, 24 aprile, 2015

Partiamo da una premessa fondamentale: nel web marketing tutto può avere valore e tutto può essere inutile, la differenza sta (sempre) nel modo con il quale si fanno le cose. Questo è ancor più vero nel caso dei Social Media. Mettere un link su una pagina Facebook o retwittare un follower, non possono essere intese come attività di monitoraggio dei Social Media. Dietro c’è e deve esserci molto di più: l’ascolto.

Per avare anche solo un’idea della mole di informazioni utili che è possibile estrapolare dallo studio anche di un singolo post su Facebook leggete qui: che c’entra una tazza di ceramica bianca con una video lezione sul make up?

Per determinati settori, come appunto quello delle case farmaceutiche, questo ascolto può essere ancora più utile e importante, soprattutto se si considera che ormai, con Internet, le persone sono solite effettuare ricerche accurate proprio su tematiche legate alla salute e benessere, talvolta, purtroppo, giungendo ad autodiagnosi.
Nello specifico del rapporto tra Social Media e ditte farmaceutiche, ce ne parla Brandwatch con un Report di 20 pagine intitolato, appunto, Social Media Listening for the Pharmaceutical Industry, che può essere scaricato liberamente in formato PDF dopo aver lasciato i propri dati a questa pagina web.
L’ascolto è il primo passo per una comunicazione efficace” e la comunicazione nel settore farmaceutico è quasi un dovere civico (aggiungiamo noi). Lato Azienda, come indicato nel capitolo Benefits of Listening, il monitoraggi accorto e accurato dei Social consente di:

  • conoscere le aspettative delle persone;
  • curare la propria brand reputation;
  • avere spunti di approfondimento su temi e problemi ai quali prima, magari, non avreste pensato;
  • cogliere potenziali sfide e opportunità anche nella comprensione delle differenze culturali che ogni regione/paese porta con sé.

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