Cibo per ristorante

4 modi per ottimizzare la presenza sui social media dei ristoranti

mercoledì, 27 agosto, 2014

I social media hanno trasformato le nozioni canoniche del marketing come veniva inteso anni addietro; questo è soprattutto vero per i settori, come quello turistico, alberghiero e di ristorazione la cui presenza sui social media sta crescendo sempre di più.
Tra le forme di promozione online che i ristoranti possono mettere in pratica per pubblicizzare la propria attività e fornire all’esterno la propria immagine c’è sicuramente l’utilizzo dei social media.
Gli utenti cercano online recensioni e commenti sui ristoranti, utilizzano i social media per avere informazioni sui piatti proposti e i servizi offerti.
Oggi proponiamo ai nostri lettori 5 attività che i titolari dei ristoranti possono fare sui social network:

Ospitare un evento

La creazione dell’evento per una particolare cena è sicuramente il modo migliore per invitare i fan che seguono il ristorante sulla pagina facebook. Nell’evento vanno specificate, oltre alla data e l’ora dell’evento anche una descrizione accurata del menu proposto e delle altre facilities offerte (accompagnamento musicale, informazioni utili all’utente etc). Si può lanciare un hashtag specifico per Twitter e incoraggiare gli ospiti a effettuare il check in su Foursquare.

Umanizzare il Brand

I media tradizionali e le forme pubblicitarie sono utili per farsi conoscere ma spesso non evidenziano abbastanza il lato umano che risiede dietro l’attività commerciale.
Metterci la faccia significa far conoscere ai clienti i dipendenti del ristorante, le loro qualità e il loro modo di lavorare. È possibile fare tutto ciò postando le foto delle persone che lavorano all’interno del ristorante, interviste etc magari nel backstage di un particolare evento.

Gestire il servizio clienti

Essere in cima alle classifiche dei siti di recensioni come TripAdvisor è importante ma è altrettanto importante gestire correttamente i commenti negativi e le recensioni meno positive. La presenza sui social media permette di instaurare un dialogo diretto con i propri clienti e fornisce il modo di poter “rimediare” ad eventuali critiche negative con promozioni ad hoc per i clienti scontenti. È fondamentale avvalersi anche di strumenti di monitoraggio (i.e.Hootsuite) delle citazioni per non perdere nessun commento.

Coltivare la propria community

Tra le forme pubblicitarie secolari ed efficaci vi è sicuramente il passaparola: un’esperienza positiva di un utente genera azioni positive; questo significa che chi è soddisfatto del servizio offerto dal ristorante è più propenso a consigliarlo ai suoi amici, ad invitarli agli eventi etc.
Ascoltare la propria community e mantenere un ruolo pro-attivo consente di fidelizzare i propri avventori e cercarne di nuovi incontrando le necessità espresse dai clienti.

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seo mappa mentale

Ecco come fare SEO nel peggior modo possibile

mercoledì, 27 agosto, 2014

Qualche volta funzionano molto meglio gli esempi “in negativo” rispetto ai c.d. to do, certo molto dipende dall’argomento e dai destinatari.
In questo caso parliamo di SEO e i nostri destinatari sono soprattutto le aziende che decidono o anche solo pensano di investire in questa strategia a lungo termine. L’obiettivo è duplice, da una parte aiutare le stesse aziende a non cadere nelle trappole che spesso alcune agenzie mascherano da opportunità, dall’altra fornire un modo diverso per guardare le cose.

Fermo restando che potrebbero essere migliaia le cose inopportune da fare nell’attività di search engine optimization, in questo contesto abbiamo scelto solo alcune, quelle che più fanno male al cuore :) di chi crede che la (vera) SEO debba essere, a tutti gli effetti, un’attività propedeutica e non un “accessorio”.

Ecco qui, dunque, alcune idiozie della (non) SEO:

L’analisi della competition non mi interessa, conosco già i miei competitor

Certo, ovvio, nessuno meglio di un cliente conosce i suoi competitor, ma il problema qui è di tipo tecnico . Oltre ai competitor che il cliente elenca e descrive è assolutamente indispensabile analizzare la competition sulla SERP cercando di capire, a fronte di quella tematica, cosa gli altri abbiano fatto e stiano facendo, quali potenzialità per il cliente, quali vantaggi e svantaggi. Paradossalmente potreste scoprire “futuri” competitor che il cliente non immaginava nemmeno di avere. Qui la sinergia tra cliente e fornitore è vitale.

I Social non mi servono

Può essere vero, molto dipende dalla tematica del business, ma difficilmente lo è. Se guardiamo ai social come un ulteriore strumento per fare in modo che i nostri contenuti possano diventare virali, capiamo bene che la SEO ha il suo valore, senza entrare in tecnicismi noiosi. Il concetto è un altro, ossia: fare i Social in ottica SEO è un’idiozia. Farli tenendo conto che è alle persone che state parlando e non a un bot, allora avrà senso e avrà valore (indiretto) anche per la SEO.

L’article marketing è penalizzante

Tutto è penalizzante se viene fatto con il solo obiettivo di (cercare) di fregare il motore di ricerca. Questo poveraccio di article marketing è stato travolto dall’onda emozionale provocata da Penguin e tutti pronti a puntare il dito contro di “lui”. Non è vero, o meglio, non è vero in assoluto. Come in tutte le cose, anche in questo caso è opportuno valutare situazione e situazione, sito e sito, contestualizzare, dedicare tempo, attenzione e fregarsene se il link è nofollow soprattutto se il sito merita.

Faccio una trentina di siti satellite che puntano al mio

Bravo, eccellente e chissà perché tutto il resto del mondo non ci ha pensato?
Certe volte, se non si riesce ad arrivarci per competenza, basterebbe solo un po’ di umiltà, ma pare che questa sia più rara della prima. Anche qui, non entreremo in inutili tecnicismi, bisognerebbe solo soffermarsi a pensare che se bastasse davvero così poco tutti sarebbero primi (tecnicamente impossibile). Queste sono scelte fatte da chi preferisce trovare soluzioni facili (e dannose) che spaccia per buone fregando il cliente, perché di fregatura si parla, c’è poco da dire.

Servono solo title e h1

Anche qui basterebbe fare appello alla logica e chiedersi: e se 1000 siti che trattano tutti della stessa cosa avessero, tutti, gli stessi title e h1? Infatti, ci sono altri mille fattori che influiscono, tecnici e contenutistici, che possono fare e fanno la differenza.

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migliorare portata facebook

10 consigli per migliorare la portata organica su Facebook

martedì, 26 agosto, 2014

Sul web, a differenza di altri settori, solitamente si definisce esperto è chi sperimenta, a volte raggiunge risultati positivi, altri negativi, in entrambi i casi impara qualcosa di nuovo. Questo vale per ogni settore del web marketing, dal social, alla (soprattutto) SEO. Ascoltare i consigli di chi lavora realmente e quotidianamente sul web non può che essere uno spunto di riflessione per rivedere strategie attuate, per implementarne di nuove e soprattutto per arricchire la propria professionalità.

Top Dog Social Media ha raccolto le testimonianze di 10 esperti di social media marketing, che hanno spiegato i metodi che applicano per migliorare il Facebook reach nell’organico, ovvero la visibilità dei post nel newsfeed degli utenti.

La regola del 10-4-1 – Mike Gingerich

Usa la regola del 10-4-1. Dieci sono i post divertenti, interessanti, utili e non necessariamente provenienti da fonti legate al brand, possono essere anche di altri autori, prese da blog, immagini, video… Quattro sono i post che devono essere relativi all’azienda o al brand, meglio ancora, qualora esista, dal corporate blog. Anche questi 4 post devono portare un valore aggiunto all’utente, devono però essere strettamente collegati al marchio. Infine un post che abbia come obiettivo la conversione: una promozione, un’offerta, un servizio, un nuovo prodotto…Qualsiasi cosa che rappresenti una vendita.

Aumentare la frequenza di pubblicazione – Emeric Ernoult

Il fondatore di AgoraPulse consiglia di distinguere i contenuti che si vogliono pubblicare in due tipologie:

  • Contenuti che hanno un impatto sul profitto (nuovi prodotti, nuovi servizi, sconti o promozioni…)
  • Contenuti che hanno valore per la brand awarness.

Per i primi l’ideale è investire in pubblicità, dato che è previsto un ritorno economico.

Per quelli dedicati alla brand awarness, invece, bisogna aumentare la frequenza di pubblicazione:

  • Ripubblicare contenuti evergreen o che hanno avuto un buon impatto sul pubblico
  • Pubblicare contenuti di blogger o fonti autorevoli nel vostro settore, per individuare quelli più trend si può usare Buzzsumo
  • Iniziare a pubblicare contenuti che riguardino il lavoro reale: viaggi di lavoro, riunioni, pause pranzo, team building, fasi della produzione ecc… Tutto ciò che avvicini l’utente alla realtà aziendale.

Usare le call to action – Rocco Alberto Baldassarre

Il consiglio del fondatore di Zebra Advertisement è di affidarsi alle call to action. Sembra banale, ma in realtà fare una richiesta esplicita (commenta, metti mi piace, rispondi…) è il migliore incitamento che si possa fare ai propri utenti.

Sfruttare i Facebook ads – Scott Ayres

La creazione delle campagne ads, se mirata e ben costruita, consente di avere grandi riscontri, con piccoli budget. È un discorso che non può essere applicato a tutte le realtà, ma è comunque importante ricordare che le campagne pubblicitarie su Facebook non richiedono alti budget, ma possono portare diverse conversioni, se strutturate correttamente e dirette al giusto pubblico.

Oltre a questo è importante mantenere sempre un buon livello dei post, contenuti interessanti, utili e possibilmente innovativi.

Pubblicare contenuti personali – Jenn Herman

L’EdgeRank cambia continuamente, è difficile definire una formula che sia corretta per sempre. Gli unici contenuti che hanno sempre un buon riscontro sono quelli personali. Anche un brand può comunicare in questo modo: raccontando come avviene la produzione, come sono le giornate in azienda, condividendo momenti di vita reale di chi vive ogni giorno quell’attività. Solo così il pubblico di Facebook, abituato a interagire con persone, si sentirà più vicino al brand e risponderà in maniera più attiva.

Pubblicare alle 2 di mattina  – Alex Houg

Il consiglio che viene dal CEO di BlitzMetrics è un po’ strano, ma non per questo non è degno di un tentativo. Ci dice, infatti, di pubblicare tutti i giorni alle 2 del mattino, orario in cui la competition è più bassa in assoluto. In effetti lo è perché a quell’ora sono davvero pochissimi gli utenti collegati, però magari si può fare una prova e vedere se realmente c’è un riscontro reale.

Puntare al PTAT  – Holly Homer

Stavolta si parla di PTAT – People Talking About This. Questo dato viene considerato da Facebook come indicatore della bontà dei contenuti pubblicati dalla pagina, se c’è molta differenza tra numero di fan e Persone che ne parlano vuol dire che quei contenuti verranno penalizzati. Se invece i due numeri si avvicinano o se il PTAT supera il numero di fan accade esattamente il contrario.

Condividere contenuti di pagine con un alto PTAT può essere utile anche per aumentare la propria visibilità e sperare di incrementare il tasso di engagement.

Creare evangelist  – Hugh Briss

È vero che la condivisione, i commenti, i mi piace su un post sono metriche molto importanti per capire se una strategia sta funzionando e se un marchio è correttamente presente su Facebook. Questo però non significa fermarsi solo a questo. Purtroppo la visibilità sta calando per tutti, chi più chi meno, e bisogna farci i conti. Come per tutto ciò che si fa online è importante ragionare anche proiettandosi nel futuro. Avere un gruppo ristretto di utenti che apprezza ciò che proponi, che si affeziona al brand e che ne parla bene con amici e conoscenti, online e offline, può essere più importante di uno share.

Le conversazioni sono tutto – Ravi Shukla

Bisogna puntare sulla conversazione, maggiori saranno i commenti e le interazioni, migliore sarà il punteggio assegnato dall’EdgeRank al post e quindi maggiore sarà la sua visibilità. Motivo per cui se ci sono domande o commenti ai contenuti pubblicati bisogna assolutamente rispondere e, anzi, stimolare la conversazione.

Usare una strategia multicanale – Jim Belosic

Facebook è la piattaforma social più importante per numero di utenti, ma non è l’unica. Concentrarsi su una strategia multicanale, che utilizzi quindi anche altre piattaforme per portare traffico al sito, significa avere sicuramente risultati migliori.

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Bing

In che modo Bing visualizza il tag title?

martedì, 26 agosto, 2014

Nonostante Google sia il motore di ricerca più utilizzato, esiste anche Bing, usato soprattutto in Francia (e in quei rari casi di bug per Google).
Bing è il motore di ricerca di Microsoft. L’unico che ha saputo resistere alla prorompente concorrenza di Google; per questo in molti si sono interessati alla SEO per Bing, per non perdere posizionamenti anche nelle SERP di Bing.

Nonostante gli sforzi di ottimizzazione per Bing, il motore di ricerca potrebbe non visualizzare il tag title da noi impostato; oggi andiamo a capire quale sono le motivazioni che risiedono dietro questa azione del secondo principale motore di ricerca.
Secondo quanto afferma Bing stesso, l’obiettivo finale è quello di aiutare l’utente nel completare la ricerca nel modo più efficiente possibile. Per fare questo Bing seguirà le seguenti regole:

  1. i title verranno ottimizzati basandosi sulla rilevanza e attinenza delle ricerche dei singoli utenti;
  2. gli snippet (per intero) seguono la stessa regola;
  3. la stessa URL ottimizzata può essere visualizzta a discrezione del motore di ricerca.

title blog post bing screenshot
Ovviamente una volta ottimizzati i tag e gli altri valori (title, snippet e URL), Bing segue un complesso sistema di regole che coinvolge la tipologia di ricerca effettuata dall’utente e una combinazione di informazioni.
I title di una lunghezza superiore potrebbero essere troncati, bing potrebbe incorporare porzioni del body basandosi sulle precedenti ricerche dell’utente o potrebbe visualizzare il brand name nel title.

Come far mantenere il proprio title

I suggerimenti forniti da Bing per far in modo che il title deciso dai SEO resti quello sono i seguenti:

  1. Utilizzare il title HTML attinente alle query per le quali si vuole essere trovati senza risultare troppo lunghi o ripetitivi. Evitare title generici come “Home” e “Chi siamo”.
  2. Se si embeddano elementi come l’Open Graph etc, assicurarsi che vi sia il giusto title e soprattutto che vi siano le informazioni corrette in tutti i campi così come le vogliamo.
  3. Se il sito è presente nelle directory come dmoz.org assicurarsi che la registrazione sia stata fatta correttamente.
  4. 4 Non bloccare il crawler del motore di ricerca

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Fonte: Bing Blog ufficiale

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keyword ottimizzazione siti

5 step per la selezione delle keyword per un sito web

lunedì, 25 agosto, 2014

La ricerca e l’individuazione delle parole chiave che caratterizzano un sito e quindi un business è alla base di una qualsiasi strategia SEO, più o meno approfondita e più o meno innovativa. L’utilizzo delle keyword è stato sempre importante, sono cambiate nel tempo le modalità, sono state abbandonate alcune tecniche, ma rimane il fatto che per fare SEO bisogna avere ben chiaro quali siano le keyword che caratterizzano il sito che si deve ottimizzare.

La ricerca e la selezione delle parole chiave è un processo non facile, anzi probabilmente è il più complesso dell’intera strategia. Vediamo quali sono gli step da seguire per facilitarsi il compito.

Creare un elenco di tematiche inerenti al settore

Il primo strumento su cui fare affidamento è la propria intuizione. Se si lavora sulla propria attività è sicuramente più semplice, se si fa il consulente SEO bisogna per prima cosa studiare attentamente il settore di riferimento. Fatto ciò buttare giù una lista di parole/tematiche che identifichino quel business. Da questa lista bisogna poi estrarre 5/10 tematiche centrali, attorno a cui gira il brand in esame.

Collegare tematiche e keyword

Ora per ogni tematica bisogna individuare alcune keyword o, più che altro, query. Ovvero immaginare come l’utente potrebbe cercare quelle tematiche nel motore di ricerca. In questa fase non bisogna dare troppo peso al numero, è meglio abbondare e poi tagliare in un momento successivo.

Per questo step ci si può affidare al suggest di Google e a vari tool online, tra cui quello di AdWords (keyword planner) e Übersuggest.

Distinguere short e long tail

Le parole chiave si distinguono in short e long tail, ovvero in keyphrase brevi (max 2/3 parole) e keyphrase più lunghe (3 o più parole).

Nella selezione delle keyword è importante che ci sia un mix equilibrato tra le due, specie perché mentre le long tail sono generalmente meno competitive e quindi assicurano risultati in breve tempo, le short tail hanno di solito un grado di competitività maggiore e richiedono maggiori sforzi per il posizionamento.

Tra le altre cose le long tail, seppure ricevano un numero minore di ricerche, hanno una qualità maggiore dal punto di vista del business. Le long tail sono generalmente molto specifiche e rappresentano un reale interesse dell’utente, offrirgli una risposta a una long tail significa, nella maggior parte dei casi, avere una conversione.

Analizzare i competitor

Non è detto che una keyword importante per un competitor lo sia anche per voi, ma in ogni caso è bene controllare se e come il competitor si posiziona in funzione di quelle query e come le utilizza all’interno della propria comunicazione online.

Inoltre è bene ricordare che spingere su keyword che il competitor sottostima significa avere la possibilità di copre una fetta di target ancora inesplorata, non è detto che converta, ma non è neanche escluso.

Sfoltire l’elenco di keyword con i tool

È questa la fase in cui i tool sono fondamentali, abbiamo già visto che sono utili nel momento in cui si sta stilando l’elenco completo. Ora bisogna passare a individuare le keyword più importanti, quelle che poi verranno effettivamente utilizzate per l’ottimizzazione del sito.

In questo frangente il Keyword Planner è un valido supporto, in quanto offre i dati circa i volumi di ricerca. Ricordiamo, però, che questo strumento fa riferimento ad AdWords, che ha meccanismi completamente diversi dalla ricerca organica. Quindi sì, usiamolo, ma con moderazione e sempre con attenzione.

Altro tool, di Google da considerare è Google trend, che fornisce le tendenze di ricerca relative alle parole chiave, confrontando anche quelle più simili tra loro.

Al termine di questa fase si avrà un elenco di keyword da utilizzare e monitorare. Già, perché una strategia SEO ha un inizio certo, ma una fine incerta, ammesso che la abbia. Le keyword che vanno bene oggi, domani potrebbero non andar più bene. Le strategie utilizzate potrebbero smettere di essere utili e  diventare controproducenti. Nella storia ce ne sono diversi di esempi di questo genere, motivo per cui è bene tenersi sempre informati e affidarsi a dei professionisti.

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news

Gamification, sul web “giocare” diventa una cosa seria

lunedì, 25 agosto, 2014

Il gioco, l’interazione, rendere gli utenti parte attiva di quanto stanno leggendo o facendo (un acquisto, un commento ecc) è qualcosa che può davvero aiutare il nostro business, bisogna però saper farlo nel modo corretto perchè non tutto ciò che è “divertimento” è necessariamente utile.
Diciamo che la c.d. gamification può essere ritenuta una vera e propria scienza, la scienza del divertimento…a senso però.

Intanto con questa parola si intende fare riferimento anche al marketing online, nel senso che si crea un gioco per raggiungere un obiettivo (marketing). Ovviamente, anche qui, appare superfluo dire quanto importante sia l’originalità del gioco (ne avevamo già parlato a lungo di gamification in un post addirittura del 2011 in occasione di un summit interamente dedicato alla tematica).
Oggi quello che vi presentiamo è un’infografica realizzata da Concur, ed ecco qui solo qualche dato che può farci riflettere:

  • fine  2014: Gartner prevede che più del 70% delle imprese avrà un’applicazione dedicata al gioco;
  • + 443% di engagment;
  • + 23% di revenue.

infografica gamification

Le nostre infografiche

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ottimizzare profilo linkedin

Ottimizzare il profilo LinkedIn per attirare i recruiter

venerdì, 22 agosto, 2014

LinkedIn è il più grande database internazionale di profili professionali, come tale è anche un’ottima vetrina per i professionisti e le aziende, ma è anche vero che essendoci tanta concorrenza bisogna individuare il giusto modo per farsi trovare. Come ogni database anche LinkedIn funziona per parole chiave, parole che in questo caso identificano una professionalità, le caratteristiche, le capacità e le esperienze di un individuo che si propone sul mercato del lavoro. Prima di essere appetibili, quindi, bisogna essere trovabili.

Quando parliamo di SEO per l’ottimizzazione del siti web facciamo sempre riferimento alle parole chiave e alle query dell’utente. Se vogliamo ottimizzare il profilo LinkedIn dobbiamo selezionare le parole chiave in base a come gli utenti (possibili datori di lavoro) potrebbero cercarci e poi usarle nei punti più rilevanti del profilo, come il job title e il riepilogo.

Per capire quali sono le giuste parole chiave ci viene in soccorso ci viene in soccorso il blog di Kim Garst, che propone una metodologia semplice ma efficace. Se stai cercando lavoro in un certo settore devi visitare i siti di annunci. È probabile che chi cerchi una data professionalità usi le stesse parole sia per scrivere l’annuncio sia per effettuare una ricerca all’interno di LinkedIn.

Per analizzare l’annuncio c’è un modo davvero semplice, si chiama Wordle. È un tool online gratuito che consente di creare tag cloud, ovvero le nuvole di parole chiave. Il funzionamento si basa sull’analisi di un  testo e l’immagine risultante riproduce con carattere di dimensioni maggiori le parole che vengono ripetute più spesso, andando a decrescere il font in funzione della diminuzione della frequenza.

Incollando il testo dell’annuncio in Wordle si avrà come risultato un’espressione visiva dell’uso delle keyword, epurando il testo da preposizioni e congiunzioni, ci si potrà focalizzare sulle keyword, quelle che poi dovranno andare a comporre il nostro profilo.

Prendiamo ad esempio questo annuncio per la ricerca di un SEO specialist:

annuncio

Viene generato questo tag cloud:

tag cloud wordle

Cosa emerge? Che chi cerca un SEO specialist usa come parole chiave: Marketing, SEO, Google, online, monitoraggio, search, campagne, sviluppo, strategie, Facebook, dati, social, media…

Si può ripetere l’esperimento per più annunci, in maniera da avere una media delle parole utilizzate. In base ad esse poi bisognerà compilare le sezioni principali del profilo LinkedIn.

Wordle può essere utilizzato anche per completare il profilo e renderlo subito chiaro e intellegibile a chi viene a visitarlo. Dopo averlo ottimizzato si possono prendere il riepilogo e il job title per creare un tag cloud, che sarà compilato con le keyword che caratterizzano la nostra professione. In questo modo si avrà anche un’ulteriore conferma dell’utilizzo delle giuste keyword.

Fonte: blog di Kim Garst

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content marketing

La forza psicologia dello storytelling sul web, oltre la SEO

venerdì, 22 agosto, 2014

Ormai parlare di posizionamento fine a sé stesso è piuttosto inutile e deleterio. In realtà è da sempre così, ma molti sembrano essersene accorti solo ora e siccome siamo soliti vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo pieno, allora diciamo “meglio tardi che mai”. E con i proverbi, dovremmo stare a posto :) .

Lo storytelling serve proprio a presentare in modo coinvolgente qualcosa che prima veniva presentato in modo piuttosto “banale”. Pensiamo alla “semplice” presentazione aziendale, spesso (ancora molto spesso) quattro righe in croce dove si esaltano le qualità del team e basta. Oggi sempre più spesso è una vera e propria “storia” a raccontarci chi è quell’azienda, cosa fa, una storia che generalmente diventa virale.
Ma perché? Quale è la sua forza psicologica?

Iniziamo con il dire che, non avendo studiato psicologia, non ci sentiamo di dirvi semplicemente le nostre impressione (ne avremmo in merito, come tutti d’altronde). Qui, invece, vogliamo presentarvi un bell’articolo redatto da chi ha studiato la materia (Gregory Ciotti) e che parla proprio di storytelling, intitolato The Psychology of Storytelling: Transportation Leads to Persuasion.

Le storie, il potere della narrazione, sono una parte integrante delle strategie di persuasione, sono più semplici da capire e da fare proprie rispetto a un documento con numeri e percentuali. Secondo una ricerca condotta dagli psicologi Green & Brock, le storie hanno un “potere particolare” sulla nostra mente, sono in grado di portarci “fuori” e farci vedere il bello che c’è intorno, in sostanza ecco cosa funziona, cosa risulta “persuasivo”:

  • la suspense
  • la creazione di immagini
  • le tipiche tecniche letterarie come metafore, ironia
  • parlare con esempi semplici e chiari.

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proteggere brand identity

Come proteggere la brand identity della propria azienda

giovedì, 21 agosto, 2014

Il brand è ciò che identifica un’attività, anche la più piccola, e per tale ragione va protetto. La brand identity, che si stabilisce nel momento stesso in cui un’azienda nasce e immette i suoi prodotti/servizi sul mercato e che con il tempo si rafforza, deve essere protetta esattamente come si farebbe con qualsiasi altro elemento dell’azienda stessa. Non permettereste che un Sempronio qualsiasi venga a rubare uno dei vostri macchinari per usarlo nella sua azienda, così non bisognerebbe permettere che lo stesso Sempronio utilizzi logo, colori, nome e qualsiasi altro segno distintivo del vostro brand.

Quando si parla di brand bisogna anche riferirsi ai propri dipendenti, non è solo la struttura fisica dove risiede l’attività, il suo fondatore o il logo che creano un brand, ma anche chi ogni giorno lavora per farlo crescere, migliorare e sopravvivere.

Le definizioni della brand identity

La definizione di brand data dalla American Marketing Association è:

A brand is a “Name, term, design, symbol, or any other feature that identifies one seller’s good or service as distinct from those of other sellers.”

Ovvero

Il brand è un nome, un termine, un simbolo o ogni altro elemento che identifica chi vende prodotti o servizi e che lo distingue da altri venditori

Per capire il significato intrinseco che sta dietro al termine brand, basta pensare a quelli più famosi. Lo swoosh della Nike è riconoscibile sempre, ovunque si trovi e anche senza bisogno che ci sia scritto Nike; la M di McDonald’s è identificabile in qualsiasi paesaggio e contraddistingue perfettamente tutti i ristoranti della catena. Se un brand fa questo effetto vuol dire che ha costruito bene la sua identità di marca, l’ha sviluppata correttamente e l’ha protetta da eventuali concorrenti.

Solo quando si avrà ben chiara l’importanza della brand identity si potrà passare al suo sviluppo, che è un processo non proprio semplice, difficile anche da riassumere in poche righe. Possiamo dire che la costruzione dell’identità di brand presuppone una ricerca nel mercato di riferimento, grazie alla quale si potrà compilare un’analisi SWOT che dia modo di comprendere l’esatto posto del proprio brand nel mercato di riferimento e le eventuali possibilità di sviluppo interno ed esterno.

Poi si passa alla definizione del brand attraverso:

  • Vision, rappresenta dove il brand vuole arrivare e rispecchia valori, ideali e aspirazioni generali del marchio
  • Mission, rappresenta come si intende raggiungere la Vision, quali mezzi utilizzare, quali investimenti prospettare, è perciò una vera e propria guida all’azione
  • Essence, l’essenza del brand è la sua energia vitale e creativa, è l’emozione che vuole suscitare il brand nei consumatori e a volte viene esplicitata dal playoff che accompagna il logo.
  • Personality, è la personalità del marchio, come agisce, come si propone, come interagisce con il suo pubblico
  • Value Proposition, rappresenta ciò che può dare il brand ai consumatori, i vantaggi che assicura e deve essere il punto fermo in base a cui si sviluppano tutti i prodotti.

Come proteggere la brand identity

Una volta che la brand identity è stata definita su carta, bisogna passare a proteggerla.

  • Dominio: la scelta del dominio è un fattore SEO, ma non solo. Il dominio è ciò che un consumatore ricorda di voi quando naviga, quindi scegliere nomi dominio lunghissimi sperando di ottenere un posizionamento migliore non ha alcun senso, né dal punto di vista SEO, né da quello dle brand. Molto meglio orientarsi verso un nome dominio che contenga il nome del brand, che sia breve, facile da ricordare. Fatto ciò sarebbe il caso di assicurarsi tutte le estensioni, da quella nazionale, alle più comuni .com, .net, .org fino a quelle dei paesi in cui si commercializzano i propri prodotti/servizi.
  • Copyright: ogni pezzo unico del brand, dal logo, al colore, al playoff dovrebbero essere coperti da copyright, in maniera che nessuno possa utilizzarli per i propri scopi, sfruttando il duro lavoro di costruzione dell’identità di marca fatto da voi. Basti pensare che la Mattel ha registrato il copyright per il colore del brand Barbie.
  • Brevetti: se uno dei vostri prodotti è un’innovazione, una cosa che non esisteva, allora deve essere registrato il suo brevetto, in maniera che nessuno possa decidere di prendersene la paternità. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha dedicato un intero sito alla registrazione dei brevetti e alla protezione della proprietà intellettuale (sito dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi)
  • Registrazione del marchio: il marchio può essere registrato presso l’apposito ufficio solo se ha due caratteristiche fondamentali, la capacità distintiva o originalità e la novità, non deve perciò esserci alcun dubbio che nessun altro abbia già registrato un marchio simile. Il sito di riferimento in Italia è lo stesso dei brevetti.
  • Assistenza legale: poiché la regolamentazione per la protezione del brand può apparire piuttosto complessa se non si ha familiarità con le leggi, l’ideale sarebbe affidarsi a un legale specializzato che sappia consigliarvi al meglio e che compia tutte le procedure nella maniera corretta e richiesta dalle normative vigenti.
  • Brand monitoring: sapere cosa si dice sul proprio marchio, ovvero analizzare la brand reputation online, è il primo passo per correggere gli errori e correre ai ripari dai danni che una reputazione negativa può causare. Può capitare che improvvisamente qualcuno si accorga che ci siano opinioni estremamente negative che girano sul web riguardo alla propria azienda e potrebbe già essere troppo tardi. Pensiamo ad esempio ai ristoranti che si trovano con pessime recensioni su TripAdvisor, senza neanche sapere di essere su TripAdvisor. È capitato spesso che contattassero la nostra agenzia per correggere questo problema, problema che effettivamente non ha una vera e propria soluzione. La reputazione online è legata principalmente alla propria capacità di capire il cliente, andare incontro alle sue esigenze, ma anche di capire che il web è un mezzo potente e diversamente dal passato un cliente scontento potrebbe, potenzialmente, dirlo a tutto il mondo. Attuare una precisa strategia di brand monitoring, utilizzando appositi tool e l’osservazione delle SERP, dei social e delle community di settore serve a proteggere l’azienda, il marchio e le vendite.

Fonte: SearchEngineJournal

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Festival comunicazione logo

Camogli ospiterà il Festival della Comunicazione 2014

giovedì, 21 agosto, 2014

Da venerdì 12 a domenica 14 settembre, a Camogli (Liguria) sarà protagonista la Comunicazione con il Festival della Comunicazione 2014.

È il primo Festival italiano dedicato alla Comunicazione a 360°: in totale 3 giornate con circa 70 eventi gratuiti tra conferenze, workshop, mostre, spettacoli e escursioni; più di 60 gli ospiti attesi tra cui giornalisti, blogger, social media editor ma anche economisti, scrittori, filosofi, esperti di comunicazione e pubblicità. Tutti gli attori del settore della comunicazione che faranno il punto della situazione attuale e analizzeranno i trend futuri per capire dove sta andando la comunicazione, la trasmissione dei saperi, la formazione, i media in generale, il marketing e il modo di relazionarci con gli altri.

Il Programma

La manifestazione sarà aperta da un intervento di Umberto Eco “Comunicazione Soft e hard” e si concluderà con quello di Federico Rampini.
Gli interventi si articoleranno in tre aree tematiche:

  1. Comunicazione come linguaggio, segno, racconto, messaggio;
  2. Comunicazione come informazione, network, social media;
  3. Comunicazione come condivisione di saperi, risorse, sogni, cultura.

Il nostro approfondimento va alla sezione informazione, network e social media – i principali strumenti del social media marketing:

  • “Liberté, egalité, Andrea Diprè – Twitter, like, selfie e altre malattie esantematiche della rete” del blogger Matteo Bordone, una sintesi di mode, tendenze e nevrosi attuali della rete.
  • “La mobilitazione totale. Dalla società della comunicazione alla società della registrazione” del filosofo Maurizio Ferraris illustra il meccanismo di responsabilizzazione/mobilitazione messo in atto dai nuovi media.
  • “La responsabilità sociale della comunicazione” e la sua funzione di presupposto della democrazia di Gherardo Colombo, il sociologo Nando Dalla Chiesa e l’esperto di diritto dell’informazione Vincenzo Roppo.
  • “Le startup dell’informazione” del blogger Silvio Gulizia.
  • “Questo non è un giornale”, del giornalista Massimo dove affronta il tema della transizione al digitale e del rifiuto da parte dell’informazione tradizionale al cambiamento.
  • “Il giornalismo è morto, viva il giornalismo (ai tempi della Rete)” l’esperta di cultura digitale Carola Frediani mette in luce le sfide e le opportunità offerte da internet e dai social media per cambiare, in meglio, le modalità di informazione.
  • “Il direttore irresponsabile” di Furio Colombo sottolinea le difficoltà di chi si trova a dirigere oggi un giornale, un telegiornale o un blog.
  • “Come mangiamo informazione. Dalla dieta tradizionale all’happy hour, così è cambiato il nostro modo di consumare notizie” di Mario Calabresi: oggi si assume informazione in modo diverso da vent’anni fa, bisogna prenderne atto e creare un’alternativa che soddisfi i fruitori siamo davvero consapevoli dell’uso che viene fatto dei nostri dati personali quando usiamo il web?
  • “Privacy e social media: uno scambio equo?” dell’avvocato Elisabetta Rubini.
  • “Forme di monetizzazione di un sito editoriale in Italia”: il divulgatore informatico Salvatore Aranzulla porta una case history.
  • “Social network, cultura e turismo: come, attraverso il ‘metodo Tw Letteratura’, un territorio si può raccontare utilizzando le nuove tecnologie e i nuovi strumenti di comunicazione” di Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo di Twitteratura.

Questi sono solo alcuni degli interventi che abbiamo inserito nella nostra lista di imperdibili! Non resta che aspettare il 12 settembre per assistere alla kermesse della comunicazione.

Qui tutte le info del Festival della Comunicazione!

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