Personal branding, ciabattini e spade di Damocle

martedì, 26 febbraio, 2013

Oggi News PMI Servizi ha un altro ospite, si chiama Marco Vangelisti, è un blogger, ma non solo, che si descrive così: “Sono un venticinquenne appassionato di comunicazione, marketing e social media; una persona curiosa, creativa, motivata, a cui piace trarre qualche conclusione. Vedo il bicchiere mezzo pieno.” Ha scritto per noi un approfondimento sul personal branding, cioè su come ottimizzare la propria immagine e il proprio profilo sul web, in un’era in cui la ricerca del lavoro passa da internet e i nostri profili social sono parte integrante del curriculum vitae.

Esiste un detto molto saggio: Il figlio del ciabattino ha sempre le scarpe rotte.

Ed è proprio così, perché in preda a smanie di guadagno e per voler mostrare agli altri la bontà del nostro lavoro spesso trascuriamo noi stessi, con il risultato che siamo specialisti di un settore e non applichiamo queste competenze sulle nostre persone.

Per il web accade un po’ la stessa cosa. Con la differenza che la portata della nostra falla reputazionale travalica i confini di quartiere e si espande ovunque ci sia una connessione web.

Immaginate (se non vi trovate direttamente in questa condizione) di essere alla ricerca di lavoro. Focus on “creazione del miglior curriculum vitae esistente”. Se esiste ancora qualche pazzo che non pone la giusta attenzione sulla messa in piedi di un cv persuasivo, esplicativo, sintetico, ad hoc con la posizione lavorativa per cui si applica (scusate l’anglicismo), direi che la maggior parte dei cv inviati sono oramai ottimizzati o almeno sufficientemente buoni per potersi definire oggetti da prendere in considerazione (anche perché si trovano manuali interi sul web su come creare un ottimo cv e addirittura esistono specialisti che si fanno pagare per stendertene uno speciale).

Siamo giunti ad un punto d’arrivo? Assolutamente no. Questo perché se prima di cv ottimi ne esistevano pochi e costruirne uno all’altezza era bastevole per una chiamata a colloquio, adesso, vista l’omologazione degli invii e il numero crescente di candidature ricevute in cui si trova a doversi muovere un responsabile risorse umane, diviene necessario, ma non sufficiente.

Ecco che entra in gioco mister Big G. Vi siete mai ricercati su Google? No, lo chiedo perché sappiate che gli head hunter e gli human researcher lo fanno per voi.

Iniziamo da principio. Esistete? Ed in secondo luogo, che si dice di voi?

Come presuppongo, per molte persone un’eventuale SERP, risultato di una query con il loro nome, rileverà i link ai vari social, Facebook più comunemente, ma anche Twitter, LinkedIn, G+, Pinterest e tutta la compagnia bella. Ecco, il click su Facebook, ad esempio, è automatico. In questa posizione, i social sono come la spada che stava sopra la testa di Damocle. E sono convinto che se il peso di questi all’interno di un contesto di ricerca lavoro fosse percepito beh, molti farebbero come il principe, rifiutando il privilegio, metaforicamente, di possedere tanti social.

Uscendo dalla narrazione Ciceroniana, occorre capire subito l’importanza che i social network rivestono in questo contesto.

Diciamo subito che in quanto personali, è giusto che ciascuno di noi esprima in essi tutta la propria soggettività. Ed è profondamente ingiusto che una foto con un bicchiere in mano, un commento politico, un’idea religiosa debba essere un criterio selettivo di scelta. Ma ahimè così è. Proprio perché non sappiamo interessi e idee di chi viene a guardare quello che siamo sui social, è opportuno che le informazioni sensibili vengano nascoste al pubblico. I filtri per la privacy sono la manna dal cielo. Usiamoli. Che almeno tutte queste paranoie sulla privacy siano funzionali a qualcosa.

Ma questa è la base. In realtà i social media sono molto più che questo. Possono diventare un cv alternativo, significante tanto quanto il cv che spedite. Ottimizzateli è il mio consiglio. Perdete tempo dietro a questi strumenti, perché possono diventare un elemento funzionale ai vostri scopi.

Il passo che occorre fare presuppone uno sforzo cognitivo significativo. Ciascuno di noi è un brand e, in questo senso, può sviluppare un’attività di branding, intesa come lavoro che facciamo sulla nostra immagine e reputazione e nella mente dei nostri “interlocutori”. Attività che può essere basica, come quella che vi ho raccontato prima, ma anche più strutturata, che passa dalla cura di un’immagine coordinata nei vari spazi web aperti alla costruzione di luoghi sociali dove raccontiamo la nostra competenza e il nostro interesse verso un argomento di rilevo per il nostro cv (un blog per esempio).

E poi monitoratevi. Esistono una marea di siti e tools funzionali a capire come la rete vi percepisce. Provate ad usarli.

Insomma, la ricerca del lavoro che diviene un lavoro… siamo al paradosso, ma questo è quanto. Tanto vale adattarsi, aggiustarsi le ciabatte ed impugnare la spada che pende sopra di noi, per evitare che ci cada davvero in testa.

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